Il tabagismo rappresenta la principale causa di morte evitabile nel mondo: oltre otto milioni di decessi ogni anno per malattie legate al fumo.

In Italia, in apparenza, gli eccessi di mortalità attribuibile possono sembrare simili tra pandemia e tabacco, entrambi accreditati di circa 90.000 morti/anno. In realtà, però gli anni di vita persi a causa del fumo sono davvero molti di più.

Infatti, secondo l’Istituto Superiore di Sanità, le caratteristiche dei pazienti deceduti positivi all’infezione da SARS-CoV-2 al 27-1-21 mostravano un’età media di 81 anni (e 83 come mediana,

cioè come valore che si trova nel mezzo della distribuzione per età). In particolare, le donne decedute dopo aver contratto un’infezione da Sars- CoV-2 avevano alla morte una mediana di 86 anni, gli uomini di 80 anni.

Dunque i morti positivi a Sars-CoV-2 hanno mediamente perso poco della rispettiva aspettativa di vita, che nel 2019, prima della pandemia, era stata di 85,4 anni per le donne italiane e 81,1 per i maschi (dati ISTAT).

Invece in coorti contemporanee i morti da fumo hanno perso in media circa 11 anni di aspettativa di vita e le loro vite – pur così accorciate – sono comunque gravate anche da un eccesso di disabilità rispetto alla media dei non fumatori di pari età e sesso.

Inoltre il fumo è un fattore di rischio che sottende anche una parte considerevole dei morti che risultano positivi al Sars-CoV-2, poiché condizioni croniche cardiovascolari, tumorali, respiratorie, metaboliche… che predispongono a una cattiva prognosi della Covid-19 hanno spesso il fumo come fattore di rischio causale.

Si aggiunga che il fumo non è solo “una

scelta personale, che danneggia chi la compie risparmiando gli altri”.

Infatti ormai sappiamo che anche il fumo passivo, oltre a generare una quantità di problemi di salute in chi vi è esposto pur non essendo fumatore, si stima causi anche in Italia quasi 1.500 morti/anno, per non parlare della perdita di costi-opportunità per l’enorme ammontare di risorse consumate nella cura delle patologie da fumo, potenzialmente prevenibili, distolte da impieghi per condizioni che prevenibili purtroppo non sono.

Gli argomenti principali utilizzati per non impegnarsi a farla finita con l’industria del tabacco sono finanziari, legati ai danni economici e alla perdita di posti di lavoro, oltre alla difesa del principio della libertà di scelta (del quale invece ci si dimentica per tante delle misure adottate nella lotta alla Covid-19…).

Volendo guardare alla pandemia anche dal lato delle opportunità, la risposta messa in campo nella società può costituire un precedente anche per azioni drastiche contro l’industria del tabacco.

Il grande epidemiologo John Ioannidis ha pubblicato su Lancet Global Health una coraggiosa proposta di approfittare della pandemia da Covid-19 per eliminare l’industria del tabacco.

La convenzione OMS sul controllo del tabacco presenta modelli per costruire la necessaria cooperazione globale per eliminare l’industria del tabacco.

Ora che l’emergenza ha reso accettabili decisioni e azioni per la salute finora impensabili, c’è un’opportunità unica per eliminare l’industria del tabacco, in coerenza con il Piano Cancro formalmente approvato dall’Unione Europea, che dichiara di puntare entro il 2040 a una “generazione senza tabacco”.

Se i governi globali faranno propria l’idea e metteranno in pratica strategie coerenti, si potrà dire che la pandemia ha prodotto anche benefici.

Trovi l’articolo completo del dott. Alberto Donzelli sul numero 104 de L’altra medicina.