Marcello Monsellato
Medico, esperto di medicina omeosinergica
La certezza che non ammettiamo
Ci sono parole che pronunciamo senza difficoltà e altre che abbassano improvvisamente la voce. Morte è una di queste. Possiamo parlare per ore di salute, longevità, prevenzione, alimentazione, farmaci, diagnosi precoci, tecnologie capaci di esplorare il corpo fino alle sue strutture più infinitesimali. Eppure, davanti alla morte, continuiamo spesso a comportarci come se avessimo incontrato qualcosa che non avrebbe dovuto esserci. La nascondiamo, la allontaniamo, la trasformiamo in un evento sanitario, amministrativo, talvolta quasi clandestino. E soprattutto cerchiamo di non pensarci.
Forse perché la morte possiede una caratteristica che nessun'altra esperienza umana possiede con la stessa radicalità: non ammette eccezioni. Dal momento in cui nasciamo, una sola cosa appartiene con assoluta certezza al nostro futuro: un giorno questo corpo terminerà la propria esistenza. Eppure viviamo come se questa certezza riguardasse sempre qualcun altro.
💡 Finché qualcosa di inatteso non irrompe: una diagnosi, un esame inatteso, una telefonata nella notte, la morte di qualcuno vicino. Ed ecco che ciò che avevamo tenuto ai margini entra improvvisamente al centro della scena: non è cambiata la morte, è cambiata la distanza dalla quale la stavamo guardando.
Quando una diagnosi pronuncia una parola che non contiene
Chi fa il medico conosce bene quel momento. Talvolta basta pronunciare il nome di una malattia importante perché negli occhi della persona compaia immediatamente un'altra parola. Non è stata detta, ma è già entrata nella stanza. Morte. Il paziente non ascolta più soltanto ciò che gli stiamo spiegando. In pochi istanti attraversa mentalmente il proprio futuro, le persone che ama, ciò che non ha ancora fatto, i figli, il compagno, la casa, i progetti lasciati a metà. La diagnosi riguarda il corpo, la paura invade l'esistenza.
È uno dei grandi equivoci che accompagnano la malattia: malattia e morte finiscono per sovrapporsi nell'immaginario, fino a quasi diventare sinonimi. Ma non lo sono. Ci sono persone che convivono per decenni con patologie importanti e ci sono persone che lasciano improvvisamente questa esistenza senza aver mai manifestato una malattia significativa. La malattia e la morte possono incontrarsi, ma non coincidono.
Comprendere questa distinzione non è un esercizio filosofico: può cambiare radicalmente il modo in cui una persona attraversa la malattia. Perché quando ogni sintomo viene interpretato come un possibile annuncio della fine, non soffriamo soltanto per ciò che sta accadendo, ma soffriamo continuamente per ciò che potrebbe accadere. E rischiamo di morire molte volte nella nostra immaginazione prima che la morte arrivi davvero.
La morte è la più grande invenzione della vita
Eppure esiste un'altra possibilità. Invece di osservare la morte soltanto dalla prospettiva dell'individuo, possiamo provare, per un momento, a guardarla dalla prospettiva della Vita: il paesaggio cambia completamente. La morte è la più grande invenzione della Vita. La frase può sembrare provocatoria, ma la biologia racconta una storia sorprendente. La Vita esiste sulla Terra da miliardi di anni. Ha attraversato glaciazioni, trasformazioni atmosferiche, catastrofi geologiche, estinzioni; ha sperimentato forme, strutture, strategie di adattamento. E non ha mai smesso di trasformarsi.
Con la pluricellularità accade qualcosa di straordinario: la Vita costruisce organismi nei quali miliardi di cellule rinunciano alla propria autonomia per partecipare a un'organizzazione superiore. Alcune proliferano, altre si differenziano, altre ancora, quando è necessario, muoiono. La morte cellulare programmata non rappresenta semplicemente un incidente, ma è uno degli strumenti attraverso cui l'organismo si costruisce e mantiene la propria organizzazione.
«In un certo senso, la morte partecipa alla costruzione della forma. È un paradosso soltanto per il nostro linguaggio, ma non per la Natura.» — Marcello Monsellato, L'altra Medicina n. 165
Noi vediamo l'albero che cade. La Natura vede la foresta. Noi osserviamo l'esistenza dall'interno della nostra individualità ed è inevitabile: abbiamo un nome, un volto, una memoria; amiamo determinate persone; abbiamo costruito una storia che nessun altro essere umano ha vissuto nello stesso modo. Per questo la morte ci appare come la perdita assoluta. La Natura, però, racconta contemporaneamente un'altra storia: la foglia cade e diventa terreno, il terreno nutre la radice, la radice sostiene l'albero, l'albero genera nuovi semi, il seme ricomincia.
Il tabù che produce solitudine
La rimozione culturale della morte ha un prezzo. Se non impariamo a parlarne quando siamo sani, diventa quasi impossibile parlarne quando arriva. Le famiglie spesso lo sanno. Il paziente talvolta comprende perfettamente ciò che sta accadendo, ma tace per proteggere i familiari. I familiari comprendono ciò che sta accadendo per proteggere il paziente. Tutti sanno, ma nessuno parla. E così, proprio nel momento in cui avremmo più bisogno di incontrarci, possiamo diventare drammaticamente soli.
💡 Forse dovremmo restituire alla morte una parola, non per celebrarla o banalizzarla, ma per reintegrarla nell'esistenza. La morte non fa morire; può, invece, aiutarci a vivere con maggiore verità.
Che cosa ci spaventa davvero?
Quando diciamo «ho paura di morire», in realtà possiamo indicare paure molto diverse: del dolore, di soffocare, della perdita di autonomia, di lasciare soli i figli, di ciò che accadrà alle persone che amiamo, di non esserci più, dell'ignoto, di essere dimenticati, di scoprire troppo tardi di non aver vissuto la vita che desideravamo.
Forse quest'ultima è una delle più profonde, perché la morte possiede una capacità che poche altre esperienze hanno: toglie importanza a ciò che non ne aveva. Improvvisamente molte battaglie diventano piccole, molti rancori inutili, molte ambizioni sproporzionate, molti rinvii incomprensibili. Davanti al limite, la vita acquisisce contrasto. Ed è forse per questo che alcune persone, dopo una diagnosi importante, raccontano qualcosa di apparentemente paradossale: di aver cominciato a vivere diversamente.
«La morte pone una domanda molto più semplice: Perché non oggi?» — Marcello Monsellato, L'altra Medicina n. 165
Una prospettiva diversa: la Filosofia Omeosinergetica
È a questo punto che la Filosofia Omeosinergetica compie un passaggio ulteriore. Ed è importante dichiararlo con chiarezza: qui non siamo più nel territorio delle conclusioni della biologia sperimentale, ma in quello di una precisa visione filosofica dell'essere umano. Secondo questa prospettiva, la morte non è il contrario della Vita, ma uno dei suoi passaggi. Così come la nascita non coincide con l'inizio assoluto dell'essere umano, il distacco dal corpo non coincide con la sua fine: si conclude l'esperienza nella materia, non ciò che siamo.
Da questa stessa prospettiva nasce la distinzione tra decisioni e scelte. Le decisioni appartengono alla persona e sono le infinite possibilità attraverso cui costruiamo la quotidianità. Le scelte invece riguardano l'Anima e il significato complessivo dell'esperienza incarnata. Da questa angolazione, la morte non rappresenta un incidente di percorso né il fallimento della medicina, ma il compimento di una scelta che appartiene a un livello dell'esperienza diverso da quello sul quale operano le nostre decisioni quotidiane.
💡 È una concezione spirituale e filosofica, non una proposizione dimostrata dalle scienze biologiche. Ma può restituire senso all'incontro con la finitezza — e con essa, aprire uno spazio in cui la vita, fino all'ultimo istante, conserva significato e direzione.
Perché non moriremo mai, forse, nel senso più profondo. Ma viviamo pienamente soltanto quando impariamo a essere grati per questo tempo, per questo corpo, per queste relazioni — adesso, qui, per un tempo che non conosciamo. E allora la morte rimane la nostra certezza. Forse l'illusione è aver trascorso tutta la Vita credendo che fosse il contrario.
📖 Articolo originale pubblicato su
L'altra Medicina — Numero 165
Questo contenuto è un'elaborazione dell'articolo di Marcello Monsellato, pubblicato nello Speciale Longevità, Invecchiamento, Morte de L'altra Medicina n. 165. L'articolo completo è disponibile sulla rivista.
Scopri la rivista →Resta un passo avanti nella tua salute
Iscriviti alla newsletter de L'altra Medicina: aggiornamenti sulla Medicina di Segnale, anteprime, eventi e — solo per iscritti — 5€ di sconto sull'abbonamento annuale digitale e 50% di sconto sulle Masterclass.
Iscriviti alla newsletter →



