L’impiego diffuso precoce di farmaci antinfiammatori non steroidei (FANS) nella prima fase di infezioni virali come quella da COVID-19 non rispetta la scheda AIFA (agenzia italiana del farmaco) dato che l’infiammazione è un importante mezzo di difesa verso le infezioni e la sua soppressione, nelle fasi iniziali della gran parte delle infezioni, è molto discutibile (in particolare se si tratta di infiammazioni di intensità lieve/moderata). C’è infatti il rischio di ostacolare il lavoro dell’organismo per combattere l’infezione con successo (il che fortunatamente avviene nella maggioranza dei casi).

La scheda AIFA afferma infatti:

“Mentre le scelte terapeutiche della prima e seconda fase iniziale (IIA) dovrebbero mirare al contenimento della crescita virale, nella seconda fase avanzata (IIB) e nella terza fase l’obiettivo dovrebbe essere il contenimento dell’iperinfiammazione e delle sue conseguenze”.

Un importante modello immunologico di Covid-19,1 elaborato anche dal Direttore del Reparto di Immunologia dell’Istituto Superiore di Sanità, afferma che la malattia si sviluppa in caso di sbilanciamento tra la dose di esposizione virale e l’immunità innata (anticorpi naturali IgM, IgA… presenti, tra l’altro, nelle vie respiratorie superiori). Nei giovani un sistema immunitario integro di norma vince il confronto, e il virus (come altri possibili germi patogeni respiratori) resta confinato alle vie aeree superiori.

Se però l’esposizione virale è molto alta e/o ripetuta, o se il sistema immunitario è indebolito, come in anziani, fragili e malati cronici, il virus può penetrare nelle vie aeree inferiori e raggiungere gli alveoli polmonari, dove le difese innate sono carenti, e lì moltiplicarsi molto. Quando dopo 10-12 giorni arrivano gli anticorpi delle difese adattative (IgM ad alta affinità, IgG), anziché trovare pochi virus e finire il lavoro, ne trovano troppi nei polmoni, scatenano una violenta risposta infiammatoria, e la Covid-19 fa un salto di gravità.

Studi, riportati nell’articolo dal dott Alberto Donzelli, dimostrano che i FANS in infezioni respiratorie possano prolungare la malattia o dare complicazioni.

Criticità persino maggiore riguarda il paracetamolo (noto ai consumatori anche con i nomi commerciali di più costosi e diffusissimi prodotti di marca). Purtroppo le terapie ufficiali proposte per la Covid-19, che dichiarano di far riferimento alle prove scientifiche, esordiscono quasi sempre con l’indicazione di assumere paracetamolo in caso di febbre, anche di lieve entità.

Il paracetamolo non migliora il decorso di comuni infezioni respiratorie.

Un eccesso di paracetamolo (sostanza pro-ossidante) può anche consumare le riserve di glutatione,13 depauperando le difese antiossidanti dell’organismo proprio in circostanze in cui le cellule ne avrebbero molto bisogno.

Il dott Alberto Donzelli ritiene che – in attesa di studi RCT risolutivi – ci siano già elementi clinici e logici sufficienti per non incoraggiare neppure l’uso di FANS, almeno nei primi 10 giorni dall’esordio della COVID-19 (e di altre infezioni respiratorie), decisivi secondo il modello1 per l’esito favorevole o meno del decorso.

Nella prima fase del Covid va contenuta la crescita virale. Febbre e infiammazione sono utili difese dai germi patogeni, mantenute per questo in milioni di anni di evoluzione.

Paracetamolo e FANS (per esempio l’ibuprofene), riducono la febbre, i FANS anche l’infiammazione, e aiutano la moltiplicazione dei virus, che possono arrivare nei polmoni superando le difese innate delle vie respiratorie superiori. Il paracetamolo consuma anche le nostre difese antiossidanti.

Ci sono prove preliminari che paracetamolo e FANS peggiorano le infezioni respiratorie e aumentano la contagiosità. Senza una ricerca valida che ne dimostri l’utilità nella Covid-19, non dovrebbero essere usati (almeno nella prima fase).

Trovi l’articolo completo del dott. Alberto Donzelli, medico specializzato in igiene e  medicina preventiva, sul numero 103 de L’altra medicina in edicola fino al 20 aprile.