La cura del Covid-19 resta ancora un ambito in cui regna grande confusione: nonostante da molti mesi diversi gruppi di medici propongano soluzioni per trattare precocemente i sintomi e risparmiare ai malati l’accesso al pronto soccorso e l’ospedalizzazione, l’attenzione dell’opinione pubblica è dirottata esclusivamente sulle campagne di immunizzazione tramite nuovi vaccini, come unica soluzione per sconfiggere definitivamente il Covid-19. Ad alimentare questa visione resta il problema della gravità del quadro clinico in cui precipitano quei pazienti che, seppure rappresentino una minoranza, non riescono a superare le prime fasi della malattia e vanno incontro al decesso.

In questo contesto, una potenziale risorsa viene identificata negli anticorpi monoclonali, balzati alla cronaca nello scorso novembre, quando due farmaci hanno ricevuto l’autorizzazione all’uso di emergenza da parte della Food and Drug Administration americana per curare (con successo) il presidente Donald Trump.

Ma cosa sono gli anticorpi monoclonali?

Lo scopo di un anticorpo monoclonale è quello di “bloccare” determinate sostanze-chiave nello sviluppo del quadro clinico, così da spegnerne il loro effetto.

L’idea di utilizzare gli anticorpi monoclonali nel Covid-19 si basa sull’ipotesi di occupare le regioni della proteina Spike di SARS-CoV-2, che consentono alla particella virale di legarsi al recettore ACE2 presente sulle cellule umane. Questo impedirebbe al virus di penetrare nelle cellule dell’organismo o attenuerebbe la gravità della sintomatologia.

Possibili impieghi degli anticorpi monoclonali:

-profilassi dei soggetti che non siano in grado di sviluppare anticorpi (es. soggetti immuno-compromessi)

-soggetti non vaccinati con alto rischio di infezione (es. operatori sanitari, soccorritori, contatti di persone positive al virus).

-pazienti non ospedalizzati e non in ossigenoterapia che, pur avendo una malattia lieve o moderata di recente insorgenza, hanno più probabilità di sviluppare una forma grave di Covid19, a causa della presenza di almeno un fattore di rischio, come può essere il diabete o una immunodeficienza.

-non si esclude un loro utilizzo in soggetti con malattia avanzata, se opportunamente associati ad altre terapie.

Trovi l’articolo completo della dott.ssa Maria Cristina Giacona sul numero 106 de L’altra medicina.