Loro esistono accanto a noi e alcuni, come i nostri alberi monumentali, sono diventati famosi. Raccontiamo la storia di uno di loro: Yamaki, un pino bianco giapponese. Meglio conosciuto come l’albero della bomba atomica. Fa freddo e questa storia riscalda…il testimone è un albero.

Nasce sull’isola dei templi

Il suo luogo d’origine è l’isola di Miyajima (l’isola dei templi) al largo di Hiroshima. Lì si trovava dapprima un importante centro dello shintoismo, poi un luogo di culto del buddhismo alimentato dai discepoli di Kobo-Dashi, fondatore della scuola buddhista giapponese Shingon. Un fuoco, da quelle parti, brucia ininterrotto da 1200 anni. L’albero Yamaki viene da lì.

Portato sulla terraferma e curato

Nel 1625 fu prelevato, portato sulla terraferma, innestato e curato per più di tre secoli dalla famiglia Yamaki da cui prende il nome. Si può considerare a tutti gli effetti un bonsai, un albero in miniatura, sebbene più grande del solito. Ora a Miyajima non esistono più pini bianchi giapponesi, l’unico esemplare di quegli antichi alberi sacri (Shinboku) è lui, Yamaki. Intendiamoci: attorno ai templi esistono tuttora altre specie perché nello shintoismo gli alberi sono il punto d’incontro tra l’umano e il non umano, tra i vivi e i morti, tra gli spiriti della natura e il mondo fisico.

L’aereo sgancia la bomba

Nel 1945 esplode la bomba atomica portata da Enola Gay. L’albero si trovava a soli 3 chilometri dall’epicentro ma fu protetto dal muro di cinta del giardino della famiglia Yamaki. Le mura non crollarono all’impatto. Molto peggio se la passarono i membri della famiglia.

Yamaki si trasferisce a Washington

Yamaki è ancora vivo, ma ora si trova al Giardino botanico del congresso statunitense, a Washington. Il governo giapponese ha voluto donarlo agli Stati Uniti, e l’hanno conservato. E questa è una buona notizia. Ha seguito il percorso inverso di Enola Gay…

Un buon libro per Natale

La storia è raccontata dal biologo dell’Università del Tennessee, David George Haskell, in un suo nuovo grande libro, ora tradotto anche in italiano e intitolato “Il canto degli alberi”. Non un autore che si lascia andare a sdilinquimenti, tutt’altro. «La moderna arte del bonsai – ricorda – emerge da queste filosofie».

Maestri silenziosi

Ora il pino Yamaki è affidato alle cure di Jack Sustic: «Bisogna prestare ascolto ai mèntori e agli alberi», dice. Gli stessi temi di cui, più di cinquecento anni fa, parlava lo shintoismo e i buddhismo, ma onnipresenti in tutto il pianeta, anche se negli ultimi tempi tendiamo a dimenticarcelo. «Ha un impatto su tutta la mia vita, sono più tollerante, pronto a comprendere», assicura il curatore. Esatto, teniamo acceso il fuoco del tempio (soprattutto il nostro “interiore”), e spegniamo quello delle bombe…

Liberamente tratto da “Il canto degli alberi – Storie dei grandi connettori naturali”, di David George Haskell, Einaudi