La tesi ad oggi più accreditata tra gli esperti di sostenibilità ed economia, sugli interventi necessari per bloccare la devastazione ambientale e frenare i cambiamenti climatici, è quella che propone la riduzione del consumo di carne e prodotti animali sulle nostre tavole. Se ne deve mangiare al massimo 500 grammi a settimana, dicono gli esperti, riferendosi ai consumi di carni rosse soprattutto, che è quella più impattante e devastante per l’ambiente. Ma anche la produzione di carne suina e di pollo non scherza, se vogliamo essere rigorosi. E neppure quella della produzione di latte, mozzarelle e latticini in genere. Ma è vero che semplicemente riducendo i consumi di cibi animali salveremo il pianeta?

In realtà non è affatto così. La tesi è troppo semplicistica e non offre al consumatore un punto di vista oggettivamente corretto. Infatti il primo problema che viene ignorato da questa soluzione è quello del cambio di paradigma riguardo le produzioni animali nel mondo. Oggi vige il sistema di allevamento intensivo e industriale, in tutto il mondo: America, Europa, Asia. Ciò che devasta l’Ambiente e che mette sul mercato prodotti animali con residui di antibiotici, ormoni e sostanze infiammatorie per il nostro organismo è proprio il sistema produttivo di tipo intensivo. Ciò che deve davvero cambiare è il modello produttivo, non tanto la riduzione del consumo. O meglio: prima va cambiato il modello, e poi di conseguenza si abbasseranno anche i consumi di cibi animali, perché passando dai sistemi di allevamento intensivi a quelli estensivi e biologici si risolve già in un colpo solo il problema dell’impatto ambientale. La produttività degli allevamenti estensivi è infatti inferiore a quella del modello intensivo, ma dal momento che la produzione attuale in ogni continente è eccessiva e i consumi anche, il cambio di modello produttivo è proprio quello che serve per apportare la correzione al paradigma generale, in senso virtuoso e positivo per tutti.

Anche altri messaggi e slogan banali lanciati nei mass media sono del tutto fuorvianti e non costituiscono una vera soluzione dei problemi. Ad esempio alcuni sostengono che si debba ridurre il consumo di carne di manzo, agnello, salumi e formaggi, e aumentare quello di pollo, molluschi e uova. Si tratta di un non senso, semplicemente. Se smetto di mangiare bistecche di maiale ma aumento il consumo di uova e pollo, sto foraggiando lo stesso tipo di industria e di devastanzione ambientale. Tutti sanno benissimo quanto sia distruttiva e impattante la produzione di uova e di pollame. Anzi, nello specifico questo è il settore che più di tutti ha contribuito ad oggi al problema dei residui di antibiotici nelle carni e dell’antibiotico-resistenza. Non vi sarà sfuggito che da alcuni anni a questa parte sulle confezioni di pollo e si uova è spuntata la dicitura (claim) “senza uso di antibiotici negli ultimi 4 mesi”, nel tentativo di ridurre l’utilizzo farmacologico elevatissimo in questi allevamenti. Ma anche questa è una falsa soluzione purtroppo, in quanto è emerso da alcune inchieste di Altroconsumo e della RAI che molti campioni di pollame venduti nei supermercati italiani e con la dicitura in etichetta “senza uso di antibiotici” contengono ugualmente i batteri resistenti agli antibiotici (quindi gli antibiotici sono stati somministrati, in realtà) e che questi ultimi vengono sostituiti negli allevamenti con altri farmaci (coccidiostatici) che contribuiscono alla stessa maniera a creare il problema della resistenza dei batteri ai farmaci. Non sono passati cioè ad una tipologia di allevamento priva di farmaci, più sostenibile e non inquinante. Questo deve essere molto chiaro per il consumatore. Sono passati ad una forma di marketing molto efficace, che fuorvia il consumatore inducendolo a pensare che la produzione di carne sia ora più etica e sostenibile per l’ambiente.

Un altro messaggio che spesso arriva dai mass media è il seguente: aumentare il consumo di alimenti vegetali come legumi, soia, cereali. anche questo è un messaggio del tutto vuoto e fuorviante, che non porta ad una maggiore tutela ambientale. Il punto è sempre la filiera di origine. Se acquisto fagioli e cereali coltivati con l’agricoltura intensiva, l’impatto su Ambiente e salute dei consumatori rimane molto negativo. Allo stesso modo di quello dell’industria del cibo animale, in quanto le produzioni di cereali nel mondo sono quantitativamente superiori a quelle delle carni, per esempio.

Trovi l’articolo completo di Gianpaolo Usai sul numero 110 de L’altra medicina.