Questo termine nasce dall’unione di Omeopatia e medicina Omeosinergetica.

Secondo la visione dell’omeosinpatia noi siamo il palcoscenico di un teatro, dove di volta in volta calamitiamo l’interprete più idoneo ad evocare le emozioni che proviamo, le tensioni, le contraddizioni presenti in noi. Con la polarità, con l’altro nasce la conoscenza di sé, delle nostre zone d’ombra, che, se rifiutate, misconosciute, vissute in forma di conflitto, portano alla divisione, al vuoto, alla ferita, alla mancanza, se riconosciute ed integrate, riportano all’unità. Della nostra coscienza vediamo solo la parte conscia, accettata, valorizzata mentre la parte inconscia, invisibile la possiamo vedere e registrare unicamente attraverso l’altro, tramite le nostre proiezioni. In questo contesto la malattia, come diagnosi, è l’epifenomeno di un processo di separazione dall’altro e, in ultimo, da noi stessi, ma, come terapia, è la tensione verso l’unità, la trasformazione del Tu in Io, per arrivare al Noi. Il problema, l’esperienza a prima vista negativa, perché causa del nostro star male, è l’occasione per farci apprendere chi siamo, cosa siamo e come siamo.

Il dottor Marcello Monsellato all’inizio della sua carriera di omeopata ha usato il Repertorio omeopatico per individuare il famigerato simillimum, cercando di utilizzare i sintomi caratteristici e peculiari. Questo metodo in alcuni casi funziona, in altri, anzi in tanti, no. Ha cominciato pertanto a rivedere i casi in cui aveva avuto successo e i casi in cui avevo fallito e si rese conto in maniera lampante che la percentuale di successo era di gran lunga superiore nei casi in cui si ero basato essenzialmente sui sintomi psichici e generali rispetto ai casi in cui si ero basato sui sintomi particolari, caratteristici o sulla patologia.

Da qui la sua idea di ritrovare nei rimedi omeopatici più usati e frequenti la disarmonia centrale, il suo nucleo psico-emozionale, l’anima del rimedio. Primo tassello dell’omeosinpatia.

Ci sono circostanze ed esperienze che nella calma inquieta delle diluizioni Omeosinergetiche si esprimono e maturano, cercando un daffare prossimo all’intersoggettività, alla relazione.

Quando subentra una malattia, il primo disturbo avviene al livello del campo elettromagnetico del corpo, che stimola il nostro meccanismo di regolazione omeostatica. Questo concetto fu enunciato per primo da Samuel Hahnemann, il medico tedesco che scopri e sviluppò la scienza della omeopatia. Nell’aforisma 11 del suo monumentale capolavoro, L’Organon della Medicina, Hahnemann scrive: “La forza vitale è ciò che primariamente viene sconvolto dall’influsso dinamico datole da un agente morboso”.

Benché qualunque terapia possa essere efficace, è ovvio che il medico debba cooperare con questo processo adattativo senza deviare da questo in nessun modo. Dato che il meccanismo di regolazione sta già rispondendo nel miglior modo possibile, qualunque deviazione dalla direzione della sua azione deve essere inevitabilmente di un grado minore di efficacia.

Visto che l’attività del meccanismo regolativo origina sul piano dinamico neuro-energetico, l’approccio terapeutico più logico sarebbe quello di aumentare e rafforzare questo livello, incrementando cosi l’efficacia del processo di guarigione dell’organismo stesso, tramite un agente terapeutico che agisca direttamente sul campo elettromagnetico nella sua totalità. Il risultato di questa azione, sotto il controllo involontario dell’intelligenza autoregolatoria, può essere solo benefico e produrrà una accelerazione della guarigione, non solo a quel livello ma in tutta la persona.

Trovi l’articolo completo del dott. Luigi Marcello Monsellato sul numero 106 de L’altra medicina.