Sopprimere la febbre con antipiretici impedisce all’organismo di combattere virus, batteri, tossine e germi.

Il momento di “scarico” influenzale deve essere visto come un potente momento di pulizia interna, che sarà tanto più forte quanto più prolungati saranno stati i sovraccarichi e gli errori precedenti. Se questo è vero ecco che l’aggressività con cui spesso influenze e raffreddamenti vengono trattati perde un po’ di significato. Peraltro tale aggressività porta raramente a risultati apprezzabili, tanto che il raffreddore è spesso usato come esempio paradigmatico di impotenza della medicina, quando si dice che il raffreddore passa in una settimana se non si fa nulla, ma in soli sette giorni con i farmaci. Aveva forse ragione Oscar Wilde quando diceva che “la natura guarisce e il medico presenta il conto”, ma ancora più nel giusto era Ippocrate quando distingueva due medicine: quella degli schiavi, che dovevano essere in poco tempo rimessi in grado di dare servizio al loro padrone, e quella degli uomini liberi, che potevano invece essere curati con lentezza e rimuovendo le cause di malattia in modo stabile e duraturo. Quando aggrediamo le malattie invernali con farmaci soppressivi non stiamo diventando un po’ tutti schiavi?

Aiutare le risposte naturali

La febbre (ma anche le espettorazioni, la tosse, il muco, la diarrea, il vomito, l’inappetenza) sono, come abbiamo detto, strumenti potenti di difesa dell’organismo e – seppur con l’attenzione individuale a casi particolari – non dovrebbero essere ostacolati, pena un innaturale perdurare dei sintomi (come peraltro ampiamente indicato in letteratura). Usare paracetamolo, analgesici, anti diarroici, impedisce al corpo di eliminare virus e batteri, e prolunga, aggrava, manda in profondità la malattia. Ricordo anche che l’uso di antibiotici non giustificato è inutile e dannoso (per i microbi intestinali) e non ha alcun effetto – se non ulteriormente squilibrante – su queste patologie virali. Per uscirne in tempi brevi serve riposo, dieta leggera (con molta frutta e verdura fresca), bere molta acqua e, come aiuto, oli essenziali (tea tree), fitoterapici (echinacea, eleutherococcus), vitamina C, vitamina D, oligoelementi (rame, zinco, manganese, selenio). Un individuo altrimenti sano non deve temere una febbre di un paio di giorni, anche fosse a 40 gradi. Lasciamo che la natura faccia il proprio corso e aiutiamo l’organismo a difendersi e a produrre anticorpi in modo naturale. Questa è l’unica difesa che può rafforzarci, farci guarire davvero e prevenire eventuali ricadute.

In caso di febbre insieme all’antipiretico viene spesso prescritto anche l’antibiotico.

L’antibiotico (che, ricordiamolo ai distratti, colpisce solo batteri e non virus, protozoi, lieviti, e quindi nulla può contro influenze e raffreddori) deve essere considerato un rimedio estremo per due motivi:

-il primo è (come più volte segnalato dall’AIFA) che il 90% delle malattie invernali delle vie aeree superiori, ed ogni tipo di raffreddore ed influenza, sono malattie virali, verso le quali l’antibiotico è completamente inutile.

-il secondo è che l’abuso di antibiotici crea ceppi di batteri resistenti, che poi non è più in grado di debellare nessuno. Anche su questo tema l’AIFA sta sensibilizzando i medici, ricordando che è da 25 anni che non viene scoperto alcun nuovo antibiotico e che quest’arma oggi, proprio a causa di chi continua ad abusarne, potrebbe essere diventata un’arma spuntata per chi ne avesse veramente bisogno.

La febbre: una risposta difensiva

La febbre, dunque, andrebbe lasciata lavorare (ovviamente sotto vigile controllo) per rimuovere la patologia nel tempo più breve possibile. Un individuo sostanzialmente sano (non parliamo qui di bimbi molto piccoli o di anziani defedati) non dovrà avere paura di un rialzo febbrile, privo di altri sintomi gravi, anche intorno ai 40 gradi. Un bravo medico sa leggere, dal quadro sintomatico generale e dalla conoscenza dello stato del paziente, quando può servire un intervento più forte e quando (nella maggior parte dei casi) è invece inutile.

Purtroppo molti pazienti, ahimé incoraggiati da tanti medici, hanno una ingiustificata tendenza ad abbassare in ogni caso la febbre, anche per valori contenuti, come 38 o poco più. Perché? Qual è questa impellente esigenza di tenere la febbre bassa? Necessità di andare al lavoro a tutti i costi? Si lavora anche con un po’ di febbre, se necessario. Ma molto più logico sembra riuscire ad accettare il fatto di aver bisogno ogni tanto di un giorno di riposo, di recupero. Chi debba pensare “non posso permettermelo” avrà fatto la propria scelta tra salute e malattia, e si troverà presto daccapo. La natura non prevede, purtroppo o per fortuna, nessuna scorciatoia.

La scienza (purtroppo anche per quelli convinti che “quando ci vuole ci vuole”) parla molto chiaro in merito: un lavoro di DJ Earn ed altri del 2014 (Proc Biol Sci  – “Population-level effects of suppressing fever”) dimostra con chiarezza che l’utilizzo di antipiretici (la famosa tachipirina, o paracetamolo, che alcuni pensano essere poco più che acqua fresca) ostacolando il naturale processo di guarigione:

  • prolunga il tempo di degenza
  • produce un maggior numero di complicanze (che poi talvolta richiedono l’uso di antibiotici),
  • favorisce in ultima analisi la diffusione dell’influenza a livello di popolazione.

Dalla lettura del bugiardino (lettura che molti medici purtroppo sconsigliano ai loro pazienti) di una confezione di tachipirina si legge:

  • Patologie del sistema emolinfopoietico
  • Trombocitopenia, leucopenia, anemia, agranulocitosi
  • Disturbi del sistema immunitario
  • Reazioni di ipersensibilità (orticaria, edema della laringe, angioedema, shock anafilattico)
  • Patologie del sistema nervoso
  • Vertigini
  • Patologie gastrointestinali
  • Reazione gastrointestinale
  • Patologie epatobiliari
  • Funzionalità epatica anormale, epatite
  • Patologie della cute e del tessuto sottocutaneo
  • Eritema multiforme, Sindrome di Stevens Johnson, Necrolisi epidermica, eruzione cutanea
  • Patologie renali ed urinarie
  • Insufficienza renale acuta, nefrite interstiziale, ematuria, anuria
  • Sono stati segnalati casi molto rari di reazioni cutanee gravi
  • Esiste il rischio di intossicazione, specialmente nei pazienti con malattie epatiche, in caso di alcolismo cronico, nei pazienti affetti da malnutrizione cronica, e nei pazienti che ricevano induttori enzimatici. In questi casi il sovradosaggio può essere fatale
  • In caso di sovradosaggio il paracetamolo può provocare citolisi epatica che può evolvere verso la necrosi massiva e irreversibile, con conseguente insufficienza epatocellulare, acidosi metabolica ed encefalopatia, che possono portare al coma e alla morte.

Un medico responsabile legge insieme ai propri pazienti gli effetti collaterali di ogni farmaco prescritto, lasciando infine al paziente stesso – come da diritto costituzionalmente definito, anche se gravemente leso da dpcm e leggi recenti – il diritto ultimo alla scelta di cura. Un medico deve sapere che (visto che l’azienda produttrice ha rimosso le proprie responsabilità per qualunque evento possa verificarsi tra quelli descritti nel bugiardino) in caso di danni ha lui solo piena responsabilità per la sua prescrizione. Forse sarebbe ora di incominciare a rivedere criticamente questo eccesso di facilità prescrittiva, in un’ottica di maggior tutela sia del paziente che del medico stesso.

Tratto da un articolo di Luca Speciani sul numero 101 de L’Altra Medicina.