La pandemia da Covid-19 è stata uno spartiacque epocale. Coprirsi, mascherarsi, trattenere il respiro, distanziarsi è stato lo slogan, il mantra di questi ultimi due anni. La governamentalità pandemica, basata sull’uso politico della paura e dell’angoscia, la precarietà esistenziale legata ai continui mutamenti, la spettacolarizzazione della morte, la militarizzazione del territorio, la algoritmizzazione della medicina, l’industrializzazione dell’atto sanitario, la pervicace e tambureggiante retorica morale in cui il politically correct, l’invito all’unità nazionale e un vago patriottismo consolatorio da balcone si sono sostituiti alla ragione e al confronto, l’ampliamento della violenza e delle disuguaglianze, la diffusione di forme odiose di controllo e discriminazione ci ha fatto perdere il senso del presente, percependone solo lo scorrere e il naufragare. Abbiamo avvertito un peso indefinibile, avvolgente, che tuttora cela la realtà, la bellezza, il simbolo, la dialettica, il mito, il sacro: tutto perde profilo, spessore, memoria, senso e smarrendo il mondo ripieghi su te stesso, in un selfie permanente. Negandoci altri panorami, ci hanno vietato altri mondi, altri tempi, altri sogni. E tutto per … il nostro bene!

In tutto questo due dati emergono prepotentemente. Il primo che i sieri sperimentali a RNA stanno sconvolgendo in maniera sostanziale il sistema immunitario di chi l’ha ricevuti, tesi sostenuta dalla maggioranza della letteratura scientifica libera, onesta e non asservita. Stiamo assistendo a una crescita e a una recrudescenza delle neoplasie maligne, in particolar modo dei bambini, a un incremento vertiginoso dei disturbi neurologici di tipo degenerativo e a un aumento sempre più diffusivo delle patologie cardiovascolari. E questi dati, che dovevano essere occultati o diluiti nel lustro di un decennio, penso che emergeranno in tutta la loro evidenza nei prossimi mesi. Di qui la necessità di ritrovare il senso profondo dell’ars medica, di confrontarsi con la complessità, di studiare nuovi percorsi di cura e salute, di passare dall’esterno all’interno, da un virus a un organismo, da una malattia a un paziente. Nasce a tal proposito la Società Italiana di Medicina (SIM), una federazione di associazioni, uno spazio di confronto aperto, libero da vincoli commerciali o ideologici, interdisciplinare e multidisciplinare (ne abbiamo già parlato nel fascicolo di aprile, numero 114). Un progetto inclusivo, partecipativo rivolto ad associazioni sanitarie, liberi professionisti e alla collettività, una rete che funge da supporto e da filtro, capace di favorire sinergie, organizzare spazi di condivisione e dialogo e embricare competenze collettive di collaborazione. C’è bisogno di una medicina che rivaluti i sintomi come manifestazione visibile di un processo “invisibile” che coinvolge la psiche, la consapevolezza, il cervello, il corpo. Singolarmente ogni sintomo è come una lettera morta, senza valore, se non può produrre nell’insieme un senso, un’intenzione, uno scopo.

Trovi l’articolo completo del dott. Luigi Marcello Monsellato sul numero 115 de L’altra medicina.