Essere terapeutici è un’arte e richiede, oltre che un’ottima conoscenza della propria disciplina, un sincero interesse per l’essere umano, empatia e competenza relazionale.

Essere terapeutici ha a che vedere con la capacità di suscitare fiducia nel paziente.

Quando una persona si rivolge a un terapeuta arriva con un’aspettativa e con una richiesta molto precisa che solitamente riguarda il fatto

di togliere qualcosa: togliere un sintomo, togliere un dolore, togliere del

peso, togliere la stanchezza, magari togliere una preoccupazione per una diagnosi sgradita. Quello che invece noi sappiamo è che dietro qualsiasi sintomo c’è un messaggio e che esso è l’espressione di qualcosa di molto più importante che riguarda lo stile di vita e la percezione delle esperienze vissute.

Una malattia si genera nel tempo ed è la manifestazione di un percorso di vita. Essa dipende da abitudini errate spesso molto radicate nella quotidianità della persona che deve, dunque, comprendere che la soluzione non sta nell’aggredire o nel combattere il suo disagio, ma nel capire cosa lo abbia generato per poi attuare quei cambiamenti necessari a riportare in equilibrio il suo sistema.

Un’impresa non sempre facile, in particolare per chi si trova a dover apportare modifiche radicali al proprio stile di vita e perché si possono innescare meccanismi di difesa qualora il cambiamento attivi conflitti interni irrisolti e, quindi, ansia.

Qui entra in gioco la capacità del terapeuta di creare una relazione di fiducia e di intesa con il paziente che lo possa aiutare a trovare la motivazione e il giusto slancio verso il cambiamento e lo sostenga nei momenti più difficili.

Trovi l’articolo completo della dott.ssa Monica Forghieri (psicologa) sul numero 108 de L’altra medicina.