I farmaci trombolitici possono sciogliere i coaguli di sangue che causano alcuni ictus. Tuttavia, questi farmaci possono anche causare emorragie cerebrali, un effetto collaterale grave e talvolta fatale. Il confine tra beneficio e danno è sottile e il dibattito fra i neurologi che ne sono sostenitori e parte dei medici d’urgenza anglosassoni che ne sono detrattori, è serrato. Ma perché occuparci di questo argomento che sembra distante da quello del conflitto di interessi? Per rispondere a questa domanda, partiamo da un dato inconfutabile: tutti concordano sul fatto che la terapia trombolitica è tanto più efficace nello sciogliere il trombo quanto più precocemente è effettuata. Dopo un certo lasso di tempo, gli effetti collaterali gravi sopravanzano i possibili benefici.

Perciò l’impiego del farmaco trombolitico alteplase è stato inizialmente consentito solo entro tre ore dall’esordio dell’ictus ischemico. Mentre negli Stati Uniti ancor oggi l’alteplase è autorizzato dalla FDA (Food and Drug Administration, Agenzia per gli alimenti e i medicinali) solo entro tre ore dall’ictus, dal 2013 in Italia è stata approvata una linea guida che ha esteso l’uso del farmaco fino a 4,5 ore dall’insorgenza dei sintomi. Questa linea guida si basa sulle conclusioni di un unico studio, pubblicato nel 2008, che è stato capace di modificare la pratica clinica nei nostri ospedali. Eppure, questo studio era molto fragile, tanto che era sufficiente che un paziente in più nel gruppo di controllo avesse un esito favorevole per annullare la significatività statistica. A distanza di oltre un decennio, una rianalisi dei dati, pubblicata su una prestigiosa rivista medica, ha mostrato che le conclusioni dello studio non erano corrette, ma di ciò nessuno pare essersi accorto e la questione del potenziale pericolo di utilizzare il farmaco tra le 3 e le 4,5 ore, resta ignorata.