Il rapporto tra salute e malattia è stata oggetto di approfonditi dibattiti sociologici e filosofici. Per approfondire questo rapporto bisogna prima conoscere il significato di due termini: placebo e nocebo.

L’effetto placebo nasce come metodo di controllo dell’efficacia di un farmaco in condizioni sperimentali e che, in termini più vaghi, ha assunto nel tempo il ruolo di contenitore di tutti quegli effetti non dipendenti da una causa chimico-medica diretta, includendo quindi tutti i fattori che potrebbero influire sulla guarigione o altrimenti chiamati “ingredienti aspecifici” della terapia, non dipendenti cioè da un’azione farmacologica.

Tra queste si annoverano cause di tipo psicologico e di contesto, come la relazione calda tra medico e paziente; il sentirsi oggetto di cure; la suggestione; la capacità di affidarsi e altre ancora.

Il suo contrario, l’effetto nocebo, si compone di cause che, singolarmente o nel loro insieme, possono diventare nocive o iatrogene: in un senso tra queste identifichiamo la relazione fredda tra medico e paziente; la passivizzazione eccessiva del paziente; l’assimilazione e la riduzione della persona all’organo malato o alla patologia; cure errate; l’accanimento terapeutico; in un altro senso potremmo collocare ulteriori aspetti legati alla reazione psicologica del paziente come per esempio, la sfiducia nelle cure; ma anche cause o concause psicologiche individuali avverse che si associano all’evento malattia o addirittura ne possono essere causa scatenante, come per esempio la paura o il distress, in ragione di complessi effetti immunodepressivi. Ad oggi possiamo annoverare tra questi ulteriori effetti anche la paura del ricovero ospedaliero che, a causa del contesto emergenziale, ha il potere di separare i malati dai propri affetti più cari deprivandoli del conforto e della speranza, situazioni che si accentuano in caso in di malattia terminale. Infine l’effetto nocebo attualmente è certamente esaltato dalla disinformazione terroristica che i media propagano incessantemente relativamente al virus, in cui è evidente la manipolazione, l’aggressività, la monotematicità, le false statistiche, le false informazioni e l’intenzione evidente di terrorizzare la popolazione, soprattutto nelle sue frange più deboli e influenzabili: anziani e giovani. Intento certamente raggiunto e causa di nuove e dannose consuetudini per la salute che queste categorie stanno assimilando.

L’effetto nocebo si presenta innanzitutto per cause più direttamente legate alla relazione medico-paziente, ma anche per fattori individuali come, per esempio, il pessimismo o la sfiducia nella classe medica, che potrebbe verificarsi quando si instaura un rapporto conflittuale con gli operatori e con i servizi presso i quali si entra in relazione, scatenando un “gioco” di cause e di effetti che determinano direzioni di cura difficili e risposte alla malattia non positive, fino al punto che condizioni psicologiche caratterizzate da rabbia, sfiducia e depressione, potrebbero impedire una valida risposta a trattamenti medici comunemente ritenuti efficaci. Ma di un effetto siamo certi, queste riflessioni scaturite dall’osservazione clinica e dalla regolazione degli aspetti consuetudinari, scritti e non scritti, della relazione tra medico e paziente, oggi rischiano di essere soffiati via in un sol colpo dalla posizione dogmatica e autoritaria che il corpus medico-scientifico sta assumendo nei confronti della salute delle persone, impropriamente estesa e assimilata al concetto più generale di salute pubblica.

Per questi motivi, nel tempo è stato difficile identificare l’efficacia dell’effetto placebo, in diverse situazioni oltre a quelle sperimentali rigidamente controllate, come agente terapeutico e, allo stesso modo, ancor più difficile risulta identificare le cause sociali, psicologiche e iatrogene legate all’effetto nocebo, oggi più che mai. Ma se è vero che tali effetti non si possono del tutto quantificare, è esperienza comune di chi è coinvolto in lavori di cura che tali fattori esistano e determinino effetti a volte sorprendenti, “nel bene e nel male”.

Il dott. Campailla nel suo articolo per L’altra medicina cita un emblematico caso accaduto negli anni 50 divenuto famoso.

Tanti altri casi sono riportati nella letteratura di settore che hanno spalancato le porte a diversi scenari, ancora non del tutto esplorati, sul rapporto salute-malattia, non di meno su quello tra paziente e medico.

Secondo il dott Campailla il contesto pandemico ha ridisegnato questi scenari, purtroppo radicalizzando nell’opinione comune che tali aspetti del rapporto tra salute individuale e salute pubblica non solo siano secondari, ma siano del tutto ininfluenti.

Oggi possiamo affermare che i condizionamenti, la spinta a pensare, o meglio a non pensare, sono tali e a tal punto potenti, che l’uomo non possa accedere ad un rapporto immediato con l’esperienza della malattia e della morte, e quindi della vita, secondo un proprio sentire, bensì soltanto secondo il sentire di un rotocalco televisivo o secondo la nuova imperante ideologia della salute pubblica, condizionata dal terrore. Ancor più, la malattia oggi non può essere più partecipata, viene al contrario confinata nel luogo dell’isolamento, perdendo le sue caratteristiche istanze di partecipazione compassionevole e accudimento, che ne sono complemento antropologico e ingrediente aspecifico dell’efficacia della cura.

La lettura della malattia come informazione, come segnale ci consegna una chiave arricchita su quella che potrebbe essere, invece, la risposta all’eventuale contagio, alla probabilità di essere portatori sani di un virus o di un agente patogeno e quindi non contagiosi, e alle implicazioni sociali e psicologiche delle malattie. Il divieto alla partecipazione della famiglia alla malattia impoverisce tale informazione, riducendo la comunicazione tra ammalato, malattia, cura e curante al solo effetto chimico-biologico.

Da queste considerazioni emerge che la mente, o ciò che definiamo tale, possiede una potente capacità plastica, in grado di interagire nel contesto della patocenosi attuale, né più ne meno che un farmaco, ma ciò dipende dalla misura e dalla qualità dello spazio che le viene concesso e, non dimentichiamo, che riesce a prendersi.

Orbene, a questo punto è possibile integrare, in un sistema di prevenzione generale, anche l’indicazione di spegnere la televisione, ma anche di limitare l’utilizzo dei social media, anche quelli che attualmente riescono a veicolare un’informazione più completa e alternativa e che ci permettono di rimanere “in contatto” tra noi, ma al tempo stesso fomentano l’attesa di una soluzione diversa alla situazione emergenziale, alternativa alle paventate vaccinazioni di massa; oppure di un cambiamento del quadro politico o di un salvatore che liberi l’umanità dalla paura di una nuova dittatura mondiale. Queste attese sono certamente auspicabili ed è consigliabile rimanere informati e attenti, tuttavia rimanendo in ambito di prevenzione psicologica, è più probabile che si avranno più forze per affrontare “l’impensabile” alla sola condizione che non troppo spazio delle nostre risorse si ritrovi occupato dalle decine e decine di chat, dalla ridondanza dei messaggi, dal proliferare della rabbia e dello sconforto che tali medium veicolano. Infatti, un effetto dell’isolamento è anche quello di sostituire le tradizionali modalità di scambio sociale, limitarlo, relegarlo al di là di uno schermo o di uno smartphone, svuotando l’esperienza della prossimità e del tatto, ulteriore fattore di predisposizione alla malattia.

La possibilità che la nostra mente possa diventare uno strumento di guarigione è determinata allora da elementi della cura che implicitamente o per abitudine deleghiamo alle capacità della medicina e del medico: fede, coraggio, pulizia mentale e fisica, informazione corretta ed equilibrata, legami affettivi, empatia, desiderio, bellezza, realismo, critica, respiro, immaginazione, amore, compassione, partecipazione, fiducia, verità. Tutti questi ingredienti una molecola non li possiede e dobbiamo trovare il modo di evocarli e coltivarli in noi stressi e il medico dovrà essere in grado, nella medicina del futuro, di incoraggiarli e “prescriverli” insieme ai suoi medicamenti.

Trovi l’articolo completo del dott. Alessandro Campailla, psicologo e psicoterapeuta, sul numero 102 de L’altra medicina in edicola fino al 20 febbraio.