Le mascherine, secondo le attuali disposizioni nazionali vanno usate fuori casa in pratica sempre (salvo che “sia garantita in modo continuativo la condizione di isolamento rispetto a persone non conviventi”). Ciò sembra basato sull’assunto che siano efficaci nel ridurre la trasmissione del virus SARS-COV-2 anche all’aperto e che non abbiano effetti dannosi, salvo la scomodità. Purtroppo le cose non stanno così.

Una misura di sanità pubblica, per essere imposta come universale e obbligatoria, dovrebbe rispettare almeno tre condizioni: che ci siano prove forti dei suoi benefici, che i benefici attesi sovrastino eventuali danni e, in mancanza di queste condizioni ma sotto la pressione di un’emergenza sanitaria, che ci siano almeno indiscutibili ragionamenti logici a sostegno dei forti benefici netti di questa misura. Purtroppo queste tre condizioni mancano del tutto nel caso delle mascherine all’aperto.

Il dott. Alberto Donzelli (medico specialista in Igiene e Medicina Preventiva) sull’ultimo numero de L’altra medicina mostra come, stando alla letteratura scientifica esistente, non ci siano evidenze sul fatto che le mascherine all’aperto diano riduzioni nette di infezioni virali respiratorie.

Premesso che le ricerche scientifiche di maggior validità sono quelle randomizzate controllate, ci sono poche ricerche con questo disegno sulle mascherine a livello di comunità (cioè non in contesti sanitari o lavorativi, e comunque soprattutto “al chiuso”) e grandi revisioni che le hanno combinate hanno concluso che non ci sono prove adeguate di un’efficacia delle mascherine.

I suggerimenti del dott. Donzelli sarebbero:

  • nessun obbligo di portare le maschere all’aperto, salvo eccezioni (ad es. se si conversa a un metro o meno per un tempo consistente, cioè più di 10-15 minuti con qualcuno non convivente);
  • nessuna mascherina per gli alunni seduti ai banchi di scuola, con circa un metro di distanza da bocca a bocca;
  • niente a domicilio (salvo che in presenza di un positivo alla PCR-RT, quando non è in una stanza da solo e interagisce con i familiari).

In altri ambienti al chiuso, in presenza di altre persone, soprattutto in spazi affollati e poco aerati, una chiara raccomandazione di indossare mascherine è ragionevole. L’importante è restarci lo stretto necessario, e non essere obbligati a tenerle molto a lungo. Ad es. il Governo danese ha stabilito l’uso di mascherina durante grandi raduni, oppure se una persona che sa di essere infetta deve uscire di casa, o se ci si avvicina a persone con alto rischio di sviluppare in forma grave la COVID-19.

I problemi per chi indossa la mascherina in modo prolungato vanno ben oltre la CO2

L’OMS enumera alcuni danni/svantaggi potenziali con l’uso di maschere da parte del pubblico generale:

-rischi di auto-contaminazione per manipolazione della mascherina seguito da contatto con gli occhi;

-possibile auto-contaminazione, se non si cambia una maschera umida o sporca, con condizioni favorevoli per la moltiplicazione di microbi;

-problemi di smaltimento dei rifiuti; -difficoltà di indossarle da parte di bambini, o soggetti con malattie mentali o problemi cognitivi, con asma o problemi respiratori cronici, e per chi vive in ambienti caldo-umidi.

La reinalazione dell’anidride carbonica espirata è anch’essa indiscutibile, benché il suo significato clinico in soggetti sani resti da stabilire.

Il problema maggiore, però, è la reinalazione nelle vie respiratorie di germi in moltiplicazione. A ogni espirazione non schermata si esala una parte di tali germi, ma con la mascherina parte di questi è reinalata alla successiva inspirazione, che si verifica 10-15 volte al minuto! Le prove della capacità delle mascherine di schermare goccioline potenzialmente infette sono chiare, ma occorre considerare anche l’effetto opposto descritto, che può controbilanciare i benefici.

Se si schermano le goccioline potenzialmente infette, è ovvio che si trattengono anche i germi in proliferazione. E la salute degli infetti può peggiorare, se la resistenza all’espirazione, prodotta dalla maschera, fa aumentare la carica cumulativa e la fa scendere in profondità nei polmoni.

Le difese immunitarie innate di cui le vie respiratorie superiori sono ben dotate servono a prevenire la diffusione nel corpo di germi patogeni. L’efficacia delle difese dipende molto dalla carica virale cumulativa. Se le mascherine la fanno aumentare, si può avere un aumento/aggravamento delle infezioni. La reinalazione dei propri virus aumenta la carica cumulativa e questa può raggiungere gli alveoli polmonari, povere di difese legate all’immunità innata (proprio perché di regola i microbi sono fermati prima, e fino a lì non dovrebbero arrivare in quantità!). Negli alveoli i virus si possono moltiplicare molto e quando dopo circa 10 giorni dall’infezione arrivano finalmente gli anticorpi delle difese adattative, trovando troppi virus scatenano una violenta risposta infiammatoria, con le conseguenze descritte in casi di COVID-19 a evoluzione grave.

Per questo il dott. Donzelli insiste nel dire che proprio per il principio di precauzione non si dovrebbe pretendere l’uso di mascherine in condizioni di rischio minimo (tipicamente all’aperto, salvo condizioni di prossimità non breve/occasionale con altri), e in generale si dovrebbe far passare il messaggio che andrebbe evitato un uso prolungato di mascherine quando non necessario (mentre oggi non pochi hanno interpretato che siano protettive “sempre e a prescindere”).

Come dice anche il dott. Donzelli, non chiediamo a nessuno di violare le regole ma chiediamo alle autorità preposte di intervenire tempestivamente per rispettare le evidenze scientifiche.

Trovi l’articolo completo del dott. Alberto Donzelli sul numero 102 de L’altra medicina in edicola fino al 20 febbraio.