“Consumismo relazionale” significa estendere alla sfera delle relazioni umane quella smania consumistica tipica dell’acquisto di cose e servizi. Sarà possibile difendersi solo limitando allo stretto indispensabile l’uso degli alienanti strumenti digitali da cui siamo circondati.

Nel mondo attuale la digitalizzazione ha senza dubbio reso più facili molte cose, ma ha anche allontanato le persone tra loro e reso effimeri la maggior parte dei rapporti. Perdendo di vista l’essenziale.

Questo interessante argomento è stato trattato dal dottor Marcello Monsellato in un articolo sul numero 101 de “L’altra medicina”.

Il dottor Monsellato sostiene che il perenne condizionamento massmediatico a cui siamo sottoposti ci rende sempre più vittime dei messaggi pubblicitari e subliminali che giungono da qualsiasi canale d’informazione, facendo diventare le cose importanti superficiali e lontane dalla loro natura.

Come l’autore fa giustamente notare ogni giorno largheggiano consigli su cosa mangiare, come vestirci, cosa è importante nella vita, cosa serve per essere felici, cosa vuol dire avere una vita di successo, quale tipo di relazione dobbiamo intessere e, negli ultimi periodi, quando e come uscire da casa.

Senza contare il sovradosaggio di social network, da Facebook a Instagram e via dicendo, che se usati in maniera errata creano una dipendenza da una parte idonea ad avere l’impressione di essere popolare, altrimenti non sei nessuno, e dall’altra capace di formare una realtà alternativa e virtuale fasulla, una prigione che può diventare pericolosa.

Il dottor Monsellato sottolinea come l’uso smodato della tecnologia ha fatto perdere il piacere del contatto umano, della possibilità di vedersi di persona con un amico per una chiacchierata, spesso sostituita da una più comoda chat sul web. Non parliamo di nulla di nuovo, questo è un fenomeno che va avanti ormai da tempo, ma analizzarlo in questa fase storica è ancor più importante che in passato. La sfera affettiva ha visto una diminuzione della sua dimensione, in senso qualitativo e quantitativo, così come la peculiarità dei rapporti umani, che nascono e si sviluppano nel tempo grazie al piacere dell’incontro e della condivisione, si è trasformata in una rapida scelta, eminentemente consumistica, nella quale l’altro può essere eliminato o buttato via con la stessa facilità con cui si elimina un qualsiasi oggetto di cui non sentiamo più di averne bisogno: ci imbattiamo con tante persone, usciamo con altrettante e appena qualcosa non va, le ignoriamo senza degnarle di una spiegazione. Non amiamo più le persone ma le usiamo!

Certo, stigmatizzare i social come il male assoluto è errore da non commettere, e farlo non può che portare a un qualunquismo non necessario, considerando che il problema non sono i social in sé ma l’utilizzo che ne fa ciascun individuo. Ecco perché l’attenzione va focalizzata su di noi, sul perché tendiamo ormai a puntare a rapporti usa e getta, “mordi e fuggi”, in amicizia come in amore e negli affetti familiari. Una risposta la si può trovare nel mondo che ci circonda e nei suoi esponenziali sviluppi nell’ambito della comunicazione e della tecnologia, a differenza del mondo dei nostri nonni nel quale la mancanza di ricerca sfrenata del futile donava al tempo e alle cose un valore maggiore rispetto ad oggi: a quei tempi le cose non si buttavano via ma si aggiustavano.

Sacrificio e impegno, che sono alla base dei rapporti umani (siano essi rapporti d’amicizia o rapporti sentimentali), spariscono invece in una visione del rapporto superficiale ed egoistica, nella quale l’unica cosa che conta è quello che questa relazione può dare ad ognuno, senza considerare l’altro come parte importante e integrante dell’esperienza. La vita può considerarsi degna di essere vissuta se alla base dei rapporti esiste una profondità capace di farci vivere in maniera totale questa relazione con l’altro, e questo avviene vivendo tutte le emozioni e tutti i sentimenti, quelli negativi come quelli positivi. Perché quando in un rapporto le cose non funzionano, questo porta a capire i nostri comportamenti così come quelli dell’altro, rendendo la relazione più matura, e porta a considerare l’errore un’esperienza e conoscenza, e aiuterà a non ripetere le stesse dinamiche in tempi successivi. Un tipo di rapporto e di maturità sempre più raro da trovare in questa società consumistica, dove l’ascolto e la comprensione, così come la pazienza e il rispetto sono visti come qualità lontane e poco stimolanti: non c’è posto per la compassione, per guardarsi negli occhi. Le persone in quanto tali scompaiono dal radar, e ci entrano invece una serie di individui che vengono valutati solo in base al beneficio che possono fornirci in quel preciso momento, e di conseguenza le amicizie perdono di significato: nelle nostre relazioni, non c’è più posto per le persone, ma solo per ciò che sono in grado di darci.

E d’altronde, basti pensare al numero spropositato di “amici” che si hanno sui social network: 50 – 100 o anche 1000 persone! Sarebbe umanamente impossibile tessere una relazione profonda e sincera con ognuna di loro; ecco che per rispondere a questo bisogno imposto di apparire, siamo diventati quelli di un selfie e via e poi, tutti soli, a casa propria. Non ci resta che la superficialità di questi rapporti, che sminuiscono il vero valore dell’amicizia e che non permettono di farci riflettere su quello che accadeva in passato, quando l’amicizia era un sentimento portato avanti con pochi intimi, in quello che era un rapporto profondo e responsabile. La tecnologia, pur importante per le migliorie della nostra società in tanti ambiti, da questo punto di vista è stata amplificatrice di una svalutazione delle relazioni umane.

Il dottor Monsellato ci invita ad utilizzare meglio ciò che abbiamo tra le mani, a goderci il tempo che abbiamo a disposizione, e ad investirlo in ciò che conta davvero per noi. Perché la vera differenza tra il digitale e l’analogico è il tempo: nel mondo analogico, ogni cosa ha bisogno di tempo per svilupparsi mentre il digitale dà tutto subito. Tutto tranne l’essenziale.

Tratto da un articolo del dottor Marcello Monsellato sul numero 101 de  L’Altra Medicina.