Seguire un percorso nutrizionale spesso non è facile: bisogna fare i conti con insidie e tentativi di boicottaggio che non hanno nulla a che vedere con la validità del percorso. Scopriamo insieme alcune tipologie di boicottatori per saperli fronteggiare quando si presentano. 

I boicottatori esterni 

Per chi segue un particolare regime alimentare, uscire a cena in compagnia può diventare un incubo. E non perchè si possono mangiare solo certi alimenti, ma perchè amici e parenti sono tutti presunti esperti di alimentazione che cominciano a dispensare consigli, rimproveri e suggerimenti. C’è chi crede che le diete sono tutte sciocchezze, chi ti vede sempre magro e in perfetta forma, chi crede che uno sgarro ogni tanto non faccia male a nessuno. In questo vortice di consigli e rimproveri non richiesti, è facile entrare in confusione, perdere motivazione e  abbandonare il proprio regime. 

Ma perché esistono questi boicottatori?

Non tutti i boicottatori esterni hanno le stesse motivazioni. C’è chi è mosso dalla reale intenzione di accudire l’ospite e salvarlo per una sera dalla sua “dieta triste”; c’è chi è fermamente convinto di quel mix pasticciato di cose che ha sentito dire in TV e ha letto sui giornali; e c’è chi è mosso da un ostinato bisogno di sgretolare i propositi altrui. Le sicurezze di chi sta facendo un percorso alimentare soddisfacente, il suo nuovo aspetto più snello, mettono tragicamente in evidenza i fallimenti dei boicottatori. E più il malcapitato prova a resistere, più il boicottatore teme che rimarrà il solo ad aver rinunciato a sentirsi bene. Come si dice, mal comune mezzo gaudio.

In questi casi, cercare di far ragionare i boicottatori seriali, soprattutto se sono più d’uno, è sconsigliato, se non si ha voglia di intraprendere una vera battaglia, poco adatta a una cena in famiglia o con gli amici. La soluzione migliore? Evitare le parole “dieta”, “sano” e “dimagrire” che scatenano troppi “so tutto io”. 

Quando il boicottatore siamo noi stessi 

Diversa è la questione quando il boicottatore siamo noi stessi. “Ma se dovessi sgarrare che faccio? Ma la pizza del sabato, ma il cornetto della domenica mattina, e il giorno libero me lo dà, ma almeno un po’di zucchero nel caffè?” Così il paziente dimostra di aver paura di fallire: piuttosto che non farcela, preferisce non provarci del tutto. Questo meccanismo può scattare subito o quando la persona, a mano a mano che mangia meglio, sente il cambiamento, sente sgretolarsi i motivi che la tenevano legata a una realtà che non gradiva, non vede più ostacoli a essere la persona che ha sempre voluto; e si spaventa.

Chi si spaventa, inizia a tirar fuori dal baule della propria memoria ogni genere di azione compensativa per gestire l’ebbrezza della libertà, la paura della libertà: ora è il biscotto dopo cena, ‘come facevo da piccola’, ora è il barattolone di cioccolata davanti alla TV.  Uscire dalla zona di comfort, quella di azioni negative reiterate nel tempo, è esaltante e pauroso al tempo stesso. Ma più ci si allontana e meno il centro gravitazionale di quella zona, di quel disagio, di quel dispiacere, avrà potere attrattivo nei nostri confronti. In questi casi l’importante è aiutare il paziente a ritrovare la motivazione con gentilezza, empatia e talvolta con qualche scossone.

Quando reagiamo con un comportamento compensatorio a uno stress (ansia/cibo dolce) il nostro cervello apprende una via di fuga dal dolore. E proverà ad attuare quella strategia per sempre; è una specie di strada, una vera via neuronale che si forma per sfuggire al problema. Imparare a riconoscerla, accettarla e acquisire gli strumenti per gestirla, per “costruire” nuove vie di fuga dal dispiacere, dai normali stress quotidiani, per alleggerire la tensione, è la chiave per diventare individui nuovi, liberi dai comportamenti alimentari che ci danno disagio. Liberi dai boicottatori.

Tratto da un articolo di Manuela Navacci, biologa nutrizionista, sul numero 99 de L’Altra Medicina (ottobre 2020), acquistabile online e in edicola.