La scorso lunedì vi abbiamo raccontato cosa succede al nostro corpo quando lo sottoponiamo a ripetute diete ipocaloriche. Oggi scopriamo insieme chi sono i Chronic Dieters e perchè faticano tanto a perdere peso.

Identikit dei Chronic Dieters

I Chronic Dieters, così chiamati dagli americani, sono le persone perennemente a dieta che si concedono solo brevi momenti di libertà alimentare tra una dieta e l’altra. Ma che libertà alimentare può essere quella tra una dieta restrittiva e l’altra? 

Il meccanismo è semplice: chi ha sognato il cibo per notti, nei mesi di libertà cercherà di recuperare velocemente tutti gli zuccheri e le calorie di cui si è privato. Gli organi interni, rallentati durante il periodo di dieta, vedranno un segnale di pienezza e per paura di una nuova restrizione trasformeranno tutto in scorta. A livello psicologico, il periodo di dieta verrà associato alla sofferenza, mentre quello del cibo spazzatura alla serenità e sicurezza, rendendo così ogni dieta futura più difficile. 

I Chronic Dieters sono spesso donne, raramente uomini, talvolta sono bambini. Se è sbagliato iniziare una dieta quando si ha una personalità già sviluppata, farlo quando questa è in divenire, come in un minore, è un vero delitto. Gli studi sull’effetto delle diete sui ragazzi ci dice che più questi fanno attenzione alle calorie, più questo si tradurrà in importanti fluttuazioni della massa grassa, con tendenza a un netto aumento di questa e sviluppo di binge eating (ovvero abbuffata di cibo).  

Alcuni studi scientifici: il Minnesota Starvation Experiment

Un significativo studio sulle privazioni alimentari e il comportamento è il Minnesota Starvation Experiment, condotto negli Stati Uniti da Ancel Keys tra il 1944 e il 1945. Per studiare l’effetto delle privazioni alimentari, Keys radunò 36 soggetti sani ed emotivamente stabili, che per sfuggire alla chiamata alle armi si offrirono volontari. 

I primi mesi si concentrarono sullo studio dei soggetti, che dovevano fare attività fisica quotidiana e ricevevano una razione alimentare sufficiente al loro fabbisogno. Poi la razione fu dimezzata e per i sei mesi successivi furono studiati i cambiamenti del comportamento e sul peso indotti dalla restrizione calorica. Gli individui iniziarono a manifestare nervosismo, alienazione dal contesto sociale, pensieri ossessivi per il cibo, pensiero che occupava ogni istante della loro giornata e ogni loro discorso. Alcuni si rifiutavano di fare attività fisica, rimanendo apatici per tutta la giornata, altri esageravano con l’attività fisica sperando che una maggiore perdita di peso desse loro diritto a una razione doppia di cibo. Più il peso diminuiva, più aumentavano i comportamenti aggressivi.

Molti di questi comportamenti non cessarono neppure durante la fase di reintroduzione delle calorie e recupero del peso: in generale i soggetti erano incapaci di sentire il senso della sazietà, mangiavano sempre molto più del necessario e voracemente. Spesso questo perdurò addirittura per anni, nonostante il peso perso fosse stato recuperato del tutto. Fortunatamente un esperimento del genere oggi sarebbe impossibile da praticare per motivi etici, ma ci aiuta comunque a capire come certe psicosi e comportamenti distorti legati al cibo possano essere una fisiologica conseguenza della privazione del cibo.

La serie TV The Biggest Loser 

Un altro esempio lampante degli effetti a lungo termine di un certo tipo di protocollo alimentare è la serie televisiva americana The Biggest Loser. I concorrenti erano uomini e donne in fortissimo sovrappeso che si sfidavano a colpi di allenamenti e diete ferree per dimagrire il più in fretta possibile. Ogni settimana, in diretta nazionale, si valutavano i risultati.

Nonostante  l’attività sportiva e le privazioni alimentari, alcuni concorrenti non riuscivano a perdere di peso. Che fossero in blocco metabolico? A distanza di qualche anno, 15 dei 16 partecipanti del reality show erano tornati al peso di perdenza, riprendendo – se non aumentanto – i chili di partenza. Tutti ovviamente di grasso.

Questo è peggio di una fatica inutile: una perdita di peso così consistente, con conseguente fallimento, lascia infatti tracce fisiche ed emotive difficilmente cancellabili. Non si dimentica una fallimento a reti unificate e non si dimentica una dieta drastica da quello che è definito “set point” del peso: quando un peso corporeo è mantenuto per molto tempo, in condizioni che il corpo decide “sicure, accettabili” metabolicamente, insomma quando mangiamo abbastanza, si opporrà sempre a qualsiasi variazione al ribasso cerchiate di dargli, soprattutto se lo fate con le cattive maniere.

Il paradosso dei Chronic Dieters 

Dopo i 50-60 anni si assiste a un fisiologico aumento di massa grassa: se negli individui che non hanno mai fatto diete ipocaloriche si assesta sotto i 10 chili, paradossalmente in chi ha seguito diete ipocaloriche tutta la vita può anche triplicare l’aumento di peso. Questo avviene probabilmente perché, curando più l’aspetto calorico che quello nutrizionale, le loro macchine metaboliche producono più “scorie” che energia, rendendoli anche molto meno felici, perché umore ed efficienza metabolica vanno a braccetto. È vero, inoltre, che in pazienti potenzialmente complicati, come donne in menopausa over 50, ma con un passato di regolarità alimentare, il piano alimentare corretto ha effetti sorprendenti fin dai primi momenti.

Il punto è che quanto e con che velocità si dimagrisce dipende dalla storia di ciascuno di noi. Chi ha un passato di diete ipocaloriche, può iniziare uno stile alimentare corretto ma perdere peso a gradoni, alternando momenti di dimagrimento a momenti in cui il peso rimane invariato. Ricordate e tenetelo bene a mente: la velocità della perdita di peso è spesso scritta nella storia alimentare del paziente, ma il cambio di vita e la perdita di peso duratura è la storia che scriveremo insieme.

Tratto da un articolo del Manuela Navacci, biologa nutrizionista, sul numero 100 de L’Altra Medicina (novembre 2020), acquistabile online e in edicola.
Qui potete leggere la prima parte di quest’articolo.